Intervista Three Steps to the Ocean

Ecco la prima intervista realizzata per Vivace!.
Ho usato il vecchio metodo dell’e-mail che so essere poco valido per un buon botta e risposta e quindi stabilire un nesso appropriato alla successione delle domande/risposte, ma il tempo a disposizione, al contrario di qualche anno fa in cui si andava “sul campo” con tanto di registratore portatile, si è ridotto all’osso….chissà che ad un prossimo concerto dei Three Steps to the Ocean ci sia l’occasione di scambiare quattro chiacchere faccia a faccia…

Se volete sapere chi sono i Three Steps to the Ocean: http://threestepstotheocean.bandcamp.com/
Se volete leggere la recensione del loro nuovo disco “Scents”: https://associazionesamsara.org/vivace/recensioni-dischi/scents-three-steps-to-the-ocean/

Massi: Un disco completo, con le idee chiare e non dispersive, così come nelle vostre due precedenti produzioni. Ma ora i progressi sono più evidenti. In quanto tempo siete riusciti ad ultimare la composizione dei pezzi registrati in “Scents”? Quanto tempo avete passato in studio?
Francesco:  Ci abbiamo messo un tempo ragionevolmente lungo per comporlo, pochissimo invece per registrarlo. Siamo sempre stati abbastanza lenti a scrivere, non proviamo a ritmi forsennati nè veniamo presi da ansia di produzione. Al contrario, non appena abbiamo avuto i pezzi pronti, siamo corsi in studio a registrare e siamo rimasti lì pochissimo tempo. Lo stretto necessario per uscire col disco in mano e sentire i pezzi ancora ben legati al nostro presente.

M.: Le parti di elettronica sono state tutte realizzate contestualmente alla composizione dei brani nei mesi precedenti, o sono state anche elaborate e adattate in fase di registrazione?
F.: L’elettronica è pensata e suonata per intero in sala prove (e quindi live), contestualmente a tutto il resto. Componiamo in maniera canonica, come credo la maggior parte dei gruppi faccia. Per questo disco, a livello compositivo, in studio non è stato aggiunto nulla.

M.: Molti gruppi ormai, non solo nel genere post rock, fanno affidamento all’Home Recording: qual è la tua opinione in merito? 
Cosa vi ha spinto a tornare alla SAUNA dopo “Until Today Becomes Yesterday”? C’è qualche aspetto qualitativo del nuovo “Scents” che secondo te avrebbe potuto avere la stessa resa se non aveste fatto affidamento allo studio?
F.: Credo molto semplicemente che l’home recording sia una cosa, mentre l’affidarsi ad uno studio di registrazione professionale, con personale qualificato ed esperto, con un’acustica curata, con la possibilità di scegliere quale soluzione tecnica può essere migliore delle altre in un determinato momento, con strumentazione professionale etc etc…ecco credo che questo sia completamente un’altro approccio. Sono due situazioni che non reputo paragonabili, due livelli completamente diversi. 
Tutto dipende da altri fattori: cosa si deve fare, cosa si vuole ottenere, che budget si ha a disposizione, quanto tempo ci si vuole mettere…ma il discorso si farebbe lunghissimo e aspetti come la disponibilità economica delle band andrebbero ben oltre la risposta alla domanda.
Noi siamo tornati alla Sauna perchè è uno studio professionale, con i tutti i pro di cui sopra, in cui ci eravamo già trovati bene una volta. Con questa siamo a due. E poi è un ambiente bellissimo, anche dal punto di vista umano.

M.: Quanto pensi sia importante il mastering per la resa sonora di un disco come il vostro? Perché secondo te per questa attività ci si rivolge spesso all’estero?
F.: 
Sul perchè ci si rivolga più all’estero per il mastering, non saprei. Presumo per una certa affinità (e curriculum) musicale con il tecnico chiamato ad occuparsene. Il mastering è una fase delicata e fondamentale in cui un disco può essere stravolto, rinvigorito o anche rovinato, a seconda. Il tutto nel contesto di una forbice economica larghissima, dove si passa dallo spendere poco o niente, alle migliaia di euro al giorno degli studi e dei tecnici più blasonati. Noi abbiamo sempre cercato un compromesso da questo punto di vista, il rapporto qualità-prezzo, ed effettivamente per ora l’abbiamo trovato all’estero, non so bene il perchè. Per “Scents” siamo paricolarmente soddisfatti del lavoro che ha fatto Alan Douches.

M.: Perché fare un vinile oltre al cd?
F.: 
In verità il CD non l’abbiamo ancora fatto per “Scents”. Comunque, meglio il vinile perchè si sente meglio. E perchè ha ancora un grande valore come oggetto di per sè. E anche perchè sempre meno gente compra i CD. Se voglio il formato digitale, scarico. Ma faremo anche una piccola tiratura di CD, tra poco, per i nostalgici.

M.: Dopo il primo demo autoprodotto, nel 2009 siete usciti con “Until Today Becomes Yesterday”  per la Frohike Rec. Con “Scents” avete fatto un passo indietro in tal senso, se si perché? Se siete alla ricerca di un’etichetta che tipo di collaborazione state cercando?
F.: 
Frohike è un progetto serio, in fase evolutiva, con una forma che sta cercando di adattarsi al tempo che passa. Credo che sarà sempre più un’esperienza associativa di supporto alle band e meno una vera e propria label discografica. Come ho detto, album in mano, avevamo una certa fretta di metterlo fuori. E quindi ci siamo autoprodotti in pochi giorni il vinile per i fatti nostri. Frohike si è offerta di darci una mano “tecnica” sulla produzione del CD e su altro materiale, quindi credo proprio che a breve si collaborerà di nuovo, senza alcuna preclusione.

M.: Le ali sull’oceano mi fanno pensare ad un’anima che sfida le leggi della natura, anzi che si immedesima in esse, per inseguire la voce che gli suggerisce di azzardare, lottare fidandosi di se stesso e di vivere all’insegna della libertà. All’interno dell’art work del nuovo disco percepisco ancora molta natura, vedo piume e oggetti che mi ricordano gabbie per volatili. Qual è il significato che caratterizza queste immagini? E qual è il legame tra di esse e le strazianti parole in “Zilco”?
F.: 
In verità nell’artwork non c’è un particolare significato, nè quelle immagini si riconducono direttamente alla musica. Matteo Fumagalli, autore dell’artwork, tanto quanto Federico Pagani dei Dyskinesia che ha cantato e scritto le lyrics di Zilco, sono stati sostanzialmente autonomi nelle loro scelte. In fase iniziale un momento di confronto, per stabilire una sorta di “linea”, c’è stato. Ma poi ognuno è stato sostanzialmente autonomo nelle proprie scelte.

M.: Come nasce la collaborazione con Federico dei Dyskinesia? Dopo due dischi prettamente strumentali, l’introduzione di brevi parti vocali, per altro in lingua italiana, può far presagire futuri sviluppi in tal senso?
F.: 
Vedremo, ci piacerebbe. La collaborazione con Federico nasce da semplice stima e rispetto della band in cui suona, i Dyskinesia, e dal gusto che lui ha nell’usare la voce. Come se fosse un altro strumento, ma per davvero. La dimensione della collaborazione in un certo senso ci ha aperto un mondo. Che è poi un uscire da sè, mettere da parte delle cose per aprirsi a delle altre, nuove. Non è facile, ma è stimolante. 

M.: Ricordo che intorno al 2008  avete fatto il vostro primo tour in europa: come valutate il rapporto gente – musica underground, fuori dall’Italia? Siete riusciti a mantenere i contatti con qualche gruppo o locale?
F.: Sì, abbiamo dei contatti con qualche band e qualche promoter all’estero. Soprattutto in Germania direi. Per quella che è la nostra esperienza, suonare all’estero è (quasi) sempre stato molto più gratificante che suonare in Italia. Ci teniamo molto a questo aggettivo, “gratificante”. La retorica del “quanto sono fighi all’estero, quanto fa schifo l’Italia” credo che rischi di banalizzare la discussione, ed inoltre può non essere necessariamente vero, i postacci sono ovunque, così come il contrario. Il sentirsi invece gratificati per quello che si fa, è un aspetto molto più intimo, più profondo se vogliamo, e a volte può slegarsi, almeno in parte, dal contesto tecnico/di pubblico/di situazione in cui ti trovi a suonare. Se dovessi valutare quelle che sono state per noi le esperienze all’estero, ecco direi che sono state gratificanti, più che in Italia.

M.: Digital Download, Band camp, Facebook… Anche voi sembrate molto attivi nella promozione della vostra musica tramite Internet. A parte gli ovvi benefici in termini di visibilità e semplicità di utilizzo, non credete che il rischio possa essere lo stesso che accompagna la vita di ognuno di noi, con la tendenza ad un certo distacco e una visione ristretta di quello che è il panorama musicale che ci circonda? Certo se lo scopo principale è quello di suonare dal vivo il discorso potrebbe non sussistere, ma come affrontate il rapporto non virtuale tra voi e altri gruppi della vostra zona (o con cui comunque avete a che fare)?
F.:  
La presenza “digitale” dev’essere rivestita, caricata di un senso. Con “Scents” ci stiamo provando, con grande fatica. Cerchiamo di far passare il messaggio che come band non esistiamo solo su un sito, o su bandcamp, o su facebook. Cerchiamo di spiegare che andare a un concerto e stare vicino al palco è infinitamente più importante di un “mi piace” su un social network. Il fatto di mettere “Scents” in download gratuito ha proprio l’obiettivo di tramutare un presenza intangibile, quella sul web, in un interesse reale, di gente che ti viene a vedere perchè ti conosce.
Con band amiche, proprio perchè tali, non credo ci sia alcun vero rapporto da gestire se non il piacere di suonare insieme, quando si può, appena si può.

M.: So che tu prendi parte al progetto Associazione 26per1; come consideri il ruolo delle associazioni culturali e musicali che operano sul vostro territorio? Pensate ve ne siano abbastanza e che siano realmente utili alla diffusione della cultura del fare musica propria e alla organizzazione di eventi/concerti che non siano fini a se stessi?
F.: 
In provincia, d’altronde è qui che stiamo, credo che la presenza di Associazioni come 26per1 o Samsara o Frohike sia un importante mezzo di diffusione culturale, e quindi musicale. Perchè pur tra mille sbattimenti si riescono a organizzare delle iniziative in autonomia, senza restrizioni. Magari poche, ma rivestite di un senso. Ci sono le difficoltà dettate da motivi tecnici o economici, ma questo tipo di associazionismo è abituato a gestirle, in tanti casi a superarle. Passi avanti significativi ne fai quando riesci a mettere radici nel territorio. Per un’associazione come 26per1 è l’apertura di uno spazio stabile in cui convogliare tutto il suo percorso culturale, per altri la soluzione può essere diversa, non ne esiste una standardizzata. Questi “passi avanti” ad un certo punto credo diventino in qualche modo obbligatori, sia per non spegnersi lentamente, sia per non diventare fini a se stessi.

M.: Credi che il fatto di non etichettare volutamente il genere musicale che si suona sia ormai diventato un cliché? Tornerete a definirvi così come definirei io ciò che fate, ossia “post alternative rock strumentale psichedelico psicosomatico burro cacao”?
F.: La tua definizione va bene! Vabè, non credo che non-etichettarsi sia un clichè. Qualunque gruppo farebbe fatica ad autoetichettarsi. Credo però che in molti casi sia meglio mettere le etichette da parte e prendere le band per quello che sono, per il percorso che fanno con il passare del tempo, per la capacità che hanno di evolvere, partendo da un punto ed arrivando da un’altra parte. 

M.: Ho letto in giro che avete in programma un tour europeo a Settembre/Ottobre…Dicci qualche cosa di più ed elencaci le prossime date in Italia.
F.: 
Sì, dovremmo fare una decina di date in Europa tra fine Settembre e prima settimana di Ottobre. Non so dirti altro per ora perchè è ancora tutto in fase di definizione. In Italia invece suoneremo il 13 Aprile a Lodi, il 14 a Somma Lombardo (VA), il 17 Maggio al Magnolia a Milano e speriamo ci vengano confermati alcuni inviti per dei festival estivi.

M.: Grazie per la disponibilità e speriamo di potervi vedere presto anche sul palco del Meltin Pop di Arona!
F.: 
A presto e grazie a voi!


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