Nuovo anarchismo

Possiamo presumere che la critica anarchica,rivolta agli errori strutturali della civiltà occidentale, sopravviverà sotto altra forma.
Ma è fuori di dubbio che la visione del mondo occidentale, condivisa anche dall’anarchismo, sia basata su una serie di premesse palesemente false. Il fatto è che i fisici e i cosmologi ci stanno trascinando, volenti o nolenti, verso una frontiera che pochi di noi sono disposti a superare.

«Cambiamenti di paradigma», ovvero quelle periodiche trasformazioni nel modo di rapportarsi al mondo che scandiscono la storia, creando nuove premesse fondamentali che sono «incommensurabili» con le vecchie. La caduta dell’impero romano, il collasso delle teorie medioevali, la cosiddetta rivoluzione scientifica del diciassettesimo secolo. Sono stati mutamenti profondi, ma non fondamentali. Hanno tutti avuto luogo entro il contesto di base della cultura occidentale, così come è stato costruito in Mesopotamia alcune migliaia di anni fa.
Non sono esistiti molti paradigmi fondamentali nella storia umana. Quello cinese è più resistente e stabile del nostro. Il paradigma olistico-animistico condiviso dalle popolazioni indigene di tutto il mondo può ancora essere d’aiuto, se non lo distruggeremo prima. I paradigmi sono sistemi dinamici della coscienza umana, sono inerentemente conservatori e autosufficienti; una volta certi che uno di essi funziona, non lo abbandoniamo più. La nostra sanità mentale e la nostra sopravvivenza, infatti, si basano sulla verità del nostro particolare paradigma.

Più di un osservatore ha notato che la fisica, la religione, la psicologia e anche la linguistica stanno convergendo verso una spiegazione generale dell’universo che assomiglierà poco al modello che tutti noi studiamo a scuola: i nuovi ingredienti sono l’olismo e la filosofia del processo, la meccanica quantistica con i suoi misteriosi paradossi, l’indeterminazione di Werner Heisenberg e i principi di esclusione di Wolfgang Pauli; pochi altri modelli tanto radicali da sfidare le classificazioni: in particolare le ricerche di Gregory Bateson, Rupert Sheldrake, e Ilya Prigogine.
La nostra idea (presa dalla matematica classica) che tutto possa essere localizzato in un «punto» dello spazio e del tempo diviene priva di senso. Secondo Bohm l’ordine e il caos che percepiamo nel regno della fisica sono epifenomeni dell’«ordine implicito», una struttura che è il fondamento di tutte le strutture e tutti i sistemi e che non è direttamente accessibile alle nostre menti. L’ordine implicito, trascendente e olografico, include tutti i potenziali oggetti ed eventi.

La coppia di errori più grandi e pericolosi che l’anarchismo condivide con altre filosofie occidentali sono quelli che per comodità chiamerò «dicotomia», ovvero lo smembramento del mondo in parti che esistono solo nella nostra mente, e la «reificazione», cioè credere che queste parti siano fondamentalmente reali. Il nostro modo di vedere entità separate dove ci sono solo unità inscindibili è la causa dei tanti problemi della civiltà occidentale e potrebbe invero rivelarsi la fine per noi tutti.

Secondo Chew l’unica possibile spiegazione del successo della «teoria S-matrix» è che la materia non esiste per nulla e che l’universo è una «serie di eventi dinamici e intercorrelati. Nessuna proprietà delle diverse parti di questa trama è essenziale, esse derivano tutte dalle proprietà delle altre parti. È la coerenza globale delle loro reciproche interrelazioni a determinare la struttura dell’intera rete». In questo modello tutte le leggi, fisiche, chimiche o storiche, sono costruzioni puramente umane, che la nostra mente impone alla realtà che va al di là della nostra comprensione.
Invece di perdere il nostro tempo a cercare postulati fondamentali, dovremmo seguire l’esempio dei mistici, che ricercano una intuizione diretta piuttosto che una comprensione razionale. La nuova fisica si accorda con le opinioni «primitive» delle popolazioni indigene meglio di quanto faccia con ciò che esce da un qualsiasi seminario universitario o da un acceleratore di particelle. Lo sciamano dei Pueblo, nella sua polverosa kiva, sul funzionamento del mondo sapeva molto di più di Robert Oppenheimer rinchiuso nel suo laboratorio di Los Alamos. L’ossessione occidentale di ammazzare, espropriare, convertire e nascondere le popolazioni indigene è ora più facile da comprendere. Loro conoscevano la verità, mentre noi ci ostinavamo a vivere nella menzogna: non riuscivamo a guardarli in faccia.

Le gerarchie dei sistemi sono naturali per definizione, ma probabilmente sarebbe meglio pensarle come trame, come reti. Possono essere visualizzate come orizzontali, piuttosto che verticali, eliminando i valori impliciti di termini quali alto o basso, senza compromettere la sostanza della teoria stessa.
Abbiamo cominciato a capire che quando manca una risposta soddisfacente, probabilmente c’è qualcosa che non va nella domanda. Senza dilungarsi oltre, è ora ovvio che la nostra intera concezione del mondo è basata su una risposta stupendamente falsa alla
domanda «cos’è la realtà?»
La nostra civiltà moderna ha stabilito le sue gerarchie e ha imparato a controllare la natura (incluse le persone) precisamente perché alcuni uomini hanno dimenticato ciò che l’evoluzione aveva loro insegnato.
La prima rata è già stata pagata sotto la forma dei sistemi totalitari del nostro secolo, con le loro politiche di genocidio ed ecocidio, senza parlare delle guerre più distruttive della storia umana, nonché dell’attuale tasso di estinzione delle specie, senza precedenti nel passato.

Che cosa dovrebbero esattamente ripensare gli anarchici alla luce della nuova fisica e della teoria dei sistemi?
la dicotomia e la reificazione. Sono connesse l’una con l’altra e penso siano le più importanti.
La dicotomia occidentale più pericolosa, già identificata dagli ecologi sociali, è quella tra physis (natura, realtà fisica) e nomos (legge, ordine stabilito dagli uomini). Il pensiero occidentale separa gli esseri umani (almenoi migliori) dal resto della natura.
l sofista Antifone, a volte considerato un proto-anarchico, dichiara che l’interesse personale è la legge base della natura. Le leggi della società richiedono invece di sottomettersi al bene della comunità, e sono quindi contro natura.

La dicotomia presocratica tra physis e nomos fu probabilmente il primo e il più forte cambiamento confermativo all’interno del paradigma occidentale. Separandosi dal mondo, la cultura occidentale si arrogò il diritto di comandare, manipolare, sfruttare e forse
anche distruggere quel mondo.
Sino a poco tempo fa nessun serio sistema etico aveva discusso questa dicotomia di base. Anche gli anarchici classici ritenevano che l’uomo dovesse conquistare la natura. Il biocentrismo (o meglio l’ecocentrismo) dell’ecologia profonda è il primo segno che l’opposizione tra physis e nomos sta venendo meno.

Se sosteniamo che tutte le dicotomie sono false, da ciò consegue immediatamente che ne ritroviamo una in tutti i paradossi e in tutte le contraddizioni. Se diciamo «tutte le dicotomie», concludiamo con il suo contrario (olismo, unità?) e questa è di per sé una dicotomia. E «falso» presuppone «vero»: eccone un’altra. Non è difficile capire perché nascano tutte queste incongruenze. La struttura della logica e della ragione occidentale, implicita nelle nostre lingue indoeuropee (specialmente greco e latino) ci rende incapaci di parlare di qualcosa o di pensarla senza utilizzare dicotomie. Questa struttura logica è uno dei primi componenti del nostro paradigma culturale, forse è anzi la sua pietra di fondazione. È quasi del tutto impossibile cercare di operare senza usarla. Fino a ora solo i fisici quantistici, i mistici e alcuni filosofi che hanno utilizzato un modo di ragionare dialettico sono riusciti a farlo, ma anche loro non riescono a convertire i loro pensieri in un linguaggio comprensibile a tutti.

Si dovrebbe sapere di più sulle lingue non-occidentali, su come esse organizzano la realtà nelle menti di coloro che le parlano. Non voglio dire che l’anarchismo salverà il mondo imparando il nootka, ma è essenziale essere consapevoli del ruolo primario delle lingue per la conoscenza e la coscienza. Non si cambierà il mondo senza cambiare il modo in cui la gente pensa, e questo non succederà senza mutare la lingua in cui essi pensano.
Fin dall’inizio conoscere qualcosa significa separarlo dalla massa indifferenziata della realtà, tagliarlo, isolarlo, strapparlo dal posto che occupa nell’ordine olistico. Data questa inconscia connotazione di «conoscere», come poteva la nostra cultura evitare la dicotomia e la reificazione?

L’ideologia si oppone allo sfruttamento e al dominio, al mettere l’etichetta del prezzo su tutto, alla generalizzazione e allo stereotipo. Sostiene la cooperazione e l’interconnessione, il rispetto e l’accettazione. Ma è sostanzialmente incapace di giustificare perché sostiene questi valori.
L’errore della reificazione sta nell’indicare un «quello», un «lui», una «lei» come se fossero Altro da Noi. È questo il fondamento di ogni ideologia, di ogni dicotomia e di ogni credenza nel fatto che «Noi non siamo Loro».

I DIRITTI DELL’ECOSISTEMA
Quali sono le implicazioni per un anarchismo inteso come un progetto vivo e dinamico? Anche nei suoi stadi contemporanei, il paradigma post-occidentale implica alcune difficili concessioni. La prima, la più dolorosa, è il concetto di autonomia individuale, insieme a tutti i suoi corollari. Quelli che una volta erano considerati diritti individuali dovranno essere riconosciuti come diritti dell’ecosistema. Noi li possediamo non perché siamo degli individui, ma perché facciamo parte dell’universo olistico. Confronto ad altri sistemi sviluppati dal liberalismo o dal socialismo ottocenteschi, l’anarchismo è più preparato per affrontare questo cambiamento. Altre ideologie si focalizzano sull’autonomia individuale o sulla comunità indifferenziata; solo l’anarchismo si avvicina al modello che permette l’esistenza di un individuo libero all’interno di una autentica comunità.

I sistemi sono destabilizzati dalla presenza di «attrattori caotici», ovvero elementi non previsti che non si armonizzano con il resto del sistema e tendono a fargli perdere equilibrio. Un numero sufficiente di questi attrattori possono distruggere tutto il sistema. Più questo è grande e più è propenso alla distruzione. L’odierna disintegrazione della civiltà occidentale è un esempio
calzante.
Questo non è un argomento contro la diversità e in favore dell’uniformità. Infatti, più un sistema è diversificato e più è stabile: questa
intuizione è il grande contributo della scienza ecologica alla teoria politica.
Questo significa opporsi a tutti i movimenti o le tattiche che separano o alienano le persone l’una dall’altra.
Anche la distinzione tra anarchici e non anarchici è un errore. I governi e le élite di potere sanno che svanirebbero come la rugiada in una mattina d’estate se utti all’improvviso cominciassero a pensarsi uguali. «Dividi per dominare» è la regola numero uno del bigino dell’establishment. Si devono distinguere e quindi combattere tutte le distinzioni di classe, ed evitare ciò che artificiosamente separa una persona dall’altra.

L’anarchismo accetterà il compito di spiegare perché la natura della realtà e della coscienza non permette l’oppressione di un essere umano sull’altro. La sua prassi sarà di definire le relazioni umane in modo da assicurare la cooperazione, la produttività e la crescita senza l’esercizio del dominio. Per raggiungere questo scopo l’anarchismo dovrà adattarsi a nuove discipline (non solo all’ecologia, ma anche alla fisica e alla psicologia), e integrarle al suo interno.
L’anarchismo del futuro sarà, come immaginò Kropotkin, una completa e coerente visione ecologia e scientifica del mondo, non solo un’ideologia politica.

02/11/11

Bibliografia: Fritjof Capra, “Il tao della fisica”, “La rete della vita”.

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