Immigrato comunitario e ipocrisia italiana come pratica di potere

Sei portoghese, vivi in Italia da nove mesi e sei alla ricerca di un contratto di lavoro.
Il D.P.R. n° 30 del 06/02/2007, in vigore dall’11/04/2007, anche se in maniera poco chiara, definisce illegale la tua permanenza sul territorio.
Questo “arzigogolo all’italiana” in nessun modo trova riscontro pratico ed accende la discussione.

Per il soggiorno superiore a tre mesi di un cittadino comunitario si deve chiedere l’iscrizione in anagrafe presso il Comune nel quale si intende risiedere.
In tal caso il requisito obbligatorio deve essere uno dei seguenti:
A) esercitare un’attività lavorativa subordinata o autonoma
B) iscrizione ad un corso di studi o di formazione professionale
C) dimostrazione di avere le risorse economiche sufficienti per il proprio mantenimento e una polizza assicurativa sanitaria

Nel setacciare in lungo e in largo le nostre zone per cercare una qualsiasi occupazione lavorativa, ci si accorge come la parola “crisi” sia la più quotata, quasi fosse un tabù.

Le agenzie di lavoro interinale possono offrire la possibilità di affrontare un colloquio, che generalmente dura dai due ai tre minuti e che corrisponde alla lettura casuale di paragrafi del proprio curriculum:
“Ah, leggo che è nato in Portogallo e che è qui da poco”[…]
“Ma quindi parla bene il portoghese?”[…]
“Ha svolto progetti d’animazione per l’infanzia con risvolti educativi, quindi sa usare una fresa a controllo numerico?”[…]
“Ma perché è venuto in Italia? Qui non è che siamo messi tanto meglio.” […]
“Beh, grazie, eventualmente le faremo sapere.”
In alternativa si viene bloccati all’ingresso e ci si sente dire “Torni quando ha imparato bene l’italiano”; risposta di dipendenti soggiogati da una politica aziendale egemonica e oppressiva, che ben presto li porterà al suicidio.

Spesso si ripongono  le speranze nella velata frustrazione di subordinati a multinazionali con strategie aventi lo scopo di liberarsi degli stessi lavoratori, se non pienamente redditizi.
“Aziende etiche” che stressano e mobbizzano talmente tanto i lavoratori da indurli all’esaurimento e alla pazzia.
Part-time e flessibilità non sono conciliabili, ergo non fate figli, ergo se li fate cazzi vostri, ammazzateli in caso, ma care mamme non rompete i coglioni con le vostre patetiche richieste di orari flessibili.

Le istituzioni pubbliche dedite al collocamento sul territorio registrano formalmente le persone in possesso di codice fiscale italiano, che prendono il numerino e aspettano il loro turno. Ma non vi è un attendibile scambio di informazioni tale per cui si possa inquadrare professionalmente una persona. Gli annunci sono appesi in vetrina, se si trova quello che corrisponde maggiormente al proprio profilo, ci si può candidare.

Una malinconica constatazione di un oliato meccanismo, che nemmeno ingrana.

Se da una parte, grazie alla forza d’animo e ad un pizzico di solidarietà, si riesce a trovare un lavoro, dall’altra non si ha alcun tipo di contratto fra le mani. Non si hanno né diritti né tutele. Ma si lavora per una manciata d’ore legalmente, senza la ben che minima informazione di diritto del lavoro.

La legge Biagi riguardante le prestazioni di lavoro occasionale, con pagamento tramite ritenuta d’acconto, è utile o serve solo a mascherare il lavoro nero ed evitare l’assunzione con un contratto di una persona, che a tutti gli effetti deve rimanere in attesa di una chiamata e deve vedere imposte le condizioni economiche del lavoro offerto?
Sono corretti i limiti posti dal legislatore o potrebbe essere utile rivederli?

Vorresti avere un qualsiasi tipo di patente di guida per innanzitutto cercare un lavoro in zona?
Non puoi perché non hai la residenza italiana e quindi non sei iscritto all’anagrafe.

Perché il potere reale finisce sempre in mano a chi controlla l’apparato amministrativo?

Ulteriori istituzioni pubbliche dedite all’assistenza, all’integrazione e all’orientamento professionale di stranieri comunitari o extra-comunitari sono difficilmente rintracciabili e spesso rilasciano informazioni poco chiare riguardo l’adempimento di semplici cavilli burocratici.

I buon propositi riguardanti la decisione di cambiare radicalmente vita sono banalità che, oggi, divengono illusioni.
Le considerazioni nei confronti dell’ipocrisia dilagante si riducono ad un calo drastico della fiducia nelle istituzioni e del complesso meccanismo sociale di cui facciamo parte.
Ma dietro tutto questo apparato ci stanno le persone fisiche, la poca professionalità, un sistema che annulla le coscienze umane a vantaggio di una superficialità convenzionale, traboccante.

Massi 18/03/12

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